Liberalizzazioni à l’indiana
Cinquanta milioni di indiani sono scesi in strada ieri per protestare contro il piano di riforme economiche presentato la scorsa settimana dal primo ministro Manmohan Singh. Serrande dei negozi abbassate, scuole chiuse, incidenti un po’ ovunque nel paese. Nel Bengala occidentale migliaia di poliziotti sono intervenuti per sedare le proteste e prevenire assalti ai supermercati.
7 AGO 20

Cinquanta milioni di indiani sono scesi in strada ieri per protestare contro il piano di riforme economiche presentato la scorsa settimana dal primo ministro Manmohan Singh. Serrande dei negozi abbassate, scuole chiuse, incidenti un po’ ovunque nel paese. Nel Bengala occidentale migliaia di poliziotti sono intervenuti per sedare le proteste e prevenire assalti ai supermercati. Nell’Uttar Pradesh e nel Bihar i lavoratori in sciopero hanno occupato i binari ferroviari e in qualche caso hanno dato fuoco a un manichino raffigurante il premier. I punti più contestati del piano del governo riguardano la liberalizzazione della grande distribuzione e il taglio ai sussidi per il carburante. I sindacati spiegano che questi provvedimenti metteranno in ginocchio i piccoli commercianti, costringendoli a chiudere le proprie attività dopo l’arrivo dei grandi marchi, Carrefour e Walmart su tutti. L’opposizione, invece, accusa il primo ministro di riproporre un progetto di riforme vecchio di tre anni – e mai attuato – per fare dimenticare in fretta lo scandalo degli appalti truccati delle miniere di carbone risalente al periodo in cui Singh era ministro del Carbone, tra il 2005 e il 2009. Secondo il rapporto governativo sul caso – che ha comunque esonerato Singh da ogni responsabilità –, l’India avrebbe perso 33 miliardi di dollari in seguito alla vendita di appalti irregolari per cinquantasette giacimenti carboniferi.
Ma Singh (anche per indubbi interessi politici) va avanti per la sua strada, insiste con le riforme, giura che i provvedimenti varati non hanno nulla a che fare con il “Coalgate” e ai critici risponde che senza investimenti l’India sprofonderebbe ancora di più nella crisi. E spiega – più da rinomato economista qual è che da premier – che per attirare investitori stranieri, come sappiamo bene anche noi europei, sono necessari percorsi virtuosi di riforme. La crescita è ferma al 5,5 per cento (due anni fa le prospettive erano di raggiungere la doppia cifra), la fascia più povera della popolazione si irrobustisce sempre più, il deficit fiscale ha raggiunto il 6 per cento e le agenzie di rating minacciano di declassare Nuova Delhi. Gli alleati minacciano di abbandonare la coalizione di governo, ma Singh non ama lasciare le opere a metà, senza raggiungere l’obiettivo prefissato: mantenere stabilmente l’India nel consesso dei grandi del pianeta.